Home Cado in piedi "Quel pasticcio di via Poma" del 24 febbraio 2011 di Luca Steffenoni
"Quel pasticcio di via Poma" del 24 febbraio 2011 di Luca Steffenoni PDF Print E-mail

 

Quel pasticcio di via Poma         di Luca Steffenoni

 

Sono passati venti lunghi anni da quel martedì 7 agosto 1990 nel quale, in una Roma ormai svuotata dall’esodo estivo, Simonetta Cesaroni, giovanissima analista presso lo studio della Reli, una società d’informatizzazione contabile, ha varcato le soglie di via Poma 2 sede dell’Associazione degli alberghi della gioventù, dove in uno studio deserto doveva ultimare delle pratiche per conto del proprio datore di lavoro. Come è noto non ne è uscita viva, dando involontariamente origine ad uno dei misteri investigativi più inquietanti della storia criminologica di questo paese.

 

Millenovecentonovanta. Allora Berlusconi era solo un imprenditore televisivo, Craxi dava vita alla grandeur socialista, Antonio Di Pietro era uno sconosciuto pm di Milano e Bossi vagava per la Lombardia attaccando manifesti contro Roma ladrona.  Eravamo tutti più giovani e forse migliori. Se non altro potevamo discutere di giustizia e di garanzie processuali senza schieramenti barricadieri. 

 

 

Il caso di via Poma fu uno dei primi che, in qualità di criminologo, mi fu permesso di studiare e del quale scrissi per vari giornali e riviste. Con una serenità che manca da tempo al dibattito sulla giustizia.

 

 

 

La vecchia regola secondo la quale, qualora un delitto non venga analizzato con accuratezza nelle prime ventiquattro ore sarà destinato a restare insoluto, trovava in quel frangente una cristallina conferma.

Dal momento nel quale il primo poliziotto ha varcato la soglia dell’appartamento di via Poma ci sono state talmente tante sviste, errori e manomissioni da mettere i brividi. Impossibile ricostruirle tutte, basti solo ricordare che all’arrivo della polizia, dei reporter e dei fotografi l’appartamento, il pianerottolo e le scale contavano già la presenza di una decina di persone: Volponi (il datore di lavoro di Simonetta), suo figlio Luca, Paola Cesaroni (la sorella di Simonetta), il fidanzato di questa, Pietrino Vanacore (il portiere) e la moglie, il figlio del Vanacore, la cognata e l’anziano Cesare Valle abitante del palazzo. Ciò renderà piuttosto difficoltosa l’ispezione di scala e sottoscala, col risultato di non notare subito importanti elementi d’indagine che compariranno solo mesi dopo. Errori si sono sommati ad errori.

 

Non viene misurata la temperatura corporea del cadavere, impedendo al medico legale di stabilire l’ora esatta della morte, normalmente desunta dal tempo di raffreddamento di un corpo.      

L’ispezione si limita alle due stanze incriminate, senza estendersi con altrettanta attenzione alle altre, nonché al sottoscala e ad altri pianerottoli.

Solo dopo che un camion della nettezza urbana porta la spazzatura del palazzo al macero ci si ricorda che prima regola di un buon sopralluogo è fermare e controllare ogni cosa che riguarda la scena del delitto.

Alle 24.09 un poliziotto spegne il computer dimenticandosi di salvare il file aperto provocando così la cancellazione dell’orario d’accensione, creando non poche incertezze sull’ora nella quale Simonetta o qualcun altro lo ha toccato per l’ultima volta.

Non viene passata come dovrebbe l’aspirapolvere per cercare tracce quali capelli, peli, frammenti di materiale staccatosi da suole, ecc.

Le troppe persone che toccano la zona del delitto renderanno impossibile distinguere le impronte digitali lasciate dai presenti prima dell’arrivo della polizia, da quelle lasciate durante il ritrovamento e il successivo sopralluogo. Non sarebbe finita qui, ma andiamo oltre.

Ovviamente la prima pista seguita dagli inquirenti fu quella sessuale-passionale e, come in ogni caso analogo, il primo ad essere sospettato fu Raniero Busco, ventiduenne fidanzato di Simonetta. Il ragazzo fu subito fermato e interrogato piuttosto ruvidamente e ovviamente fu verificato il suo alibi. Peccato che a tutti gli errori, omissioni e possibili depistaggi che hanno caratterizzato l’inchiesta, si debba aggiungere anche l’incredibile omissione dell’annotazione del famoso alibi nel verbale di polizia. Il ragazzo viene subito rilasciato con tante scuse a conferma della non esistenza di qualsiasi indizio a suo carico, Nessun riscontro ambientale, nessuna traccia organica, nessuna impronta, nessun movente, nessun testimone. Nulla di nulla.

 

Nel frattempo, il quadro medico-legale si delinea con più precisione. Simonetta è stata colpita 29 volte da un’arma da taglio che potrebbe essere, il condizionale è d’obbligo, un tagliacarte privo d’impronte trovato sul luogo del delitto. Non ha subito violenza carnale. La vittima portava solo il reggiseno, un paio di calzini bianchi e un top appoggiato sopra il corpo. Sul capezzolo sinistro un’incisione fa pensare ad un morso. Su quest’ultimo particolare, giudicato di massima importanza dagli inquirenti, fin da subito le opinioni sono contrastanti. I giornali in quel periodo sono pieni di annotazioni truculente sui delitti del mostro di Firenze ancora senza nome che, come è noto, firmava le sue macabre imprese con l’asportazione del capezzolo sinistro. Ecco perchè il dato assume un grande significato. C’è chi pensa ad un depistaggio, chi lo ritiene insignificante, chi la firma di un emulatore, chi ritiene che non sia un morso, ma un’ulteriore incisione causata dall’arma del delitto.

 

L’unica certezza è che non c’è certezza e che la scienza medico-legale, nonostante le suggestioni provocate dalla visione di troppe puntate di Csi, resta scienza tutt’altro che infallibile.

Accantonato Busco, l’indagine va avanti perdendosi presto in una marea d’ipotesi e percorsi giudiziari contraddittori.

Il 10 agosto 1990 viene arrestato Pietrino Vanacore, il portiere di via Poma 2 che ha sempre sostenuto che la sera maledetta fosse all’ottavo piano nell’appartamento di Cesare Valle, un anziano architetto al quale faceva spesso compagnia.

Vengono trovate tracce di sangue sul telefono, sulla porta, nel sottoscala, ma la “madre di tutte le prove” gli inquirenti pensano di averla trovata quando, durante una perquisizione nell’appartamento di Vanacore, saltano fuori dei vecchi pantaloni con piccole macchioline che possono essere di sangue. I giornali titolano «Inchiodato l’assassino di Simonetta Cesaroni, risolto il giallo di via Poma», ma pochi giorni dopo una perizia smentisce tutto. Vanacore soffre di emorroidi e il sangue sui pantaloni, misto a materiale fecale, è il suo.

Dopo venti giorni di carcere il Tribunale della libertà emette un giudizio negativo sulla consistenza delle prove, aprendo a Pietrino le porte di Regina Coeli.

 

L’inchiesta riparte in altre direzioni. Questa volta è Federico Valle, ventenne nipote dell’architetto Cesare, ad essere indagato. Tirato in mezzo dall’austriaco Renato Voller, un commerciante d’auto già pluricondannato per truffa, ambiguo personaggio ritenuto un depistatore di professione al soldo di elementi del Sisde, che già si è espresso al meglio infilandosi nell’indagine sul delitto dell’Olgiata.

La ricerca dell’assassino schizza impazzita verso le più svariate ipotesi: servizi segreti, fondi neri del Sisde rintracciati da Simonetta nel computer, banda della Magliana, serial killer. Chi più ne ha più ne mette. Ma nel registro degli indagati restano solo Pietrino Vanacore e Federico Valle. Il pm insiste e si va al processo.

Trattandosi di anni ben diversi dai nostri la conclusione non può che essere quella di un totale fallimento.

Il fragile impianto accusatorio non regge l’urto dei processi di primo e secondo grado. Federico Valle e Pietrino Vanacore sono innocenti, non ci sono prove per affermare il contrario.

Profetiche le parole che, a conclusione della vicenda, ebbe a dire Claudio Cesaroni, il padre di Simonetta: «Noi stiamo aspettando che si trovi il colpevole, non un colpevole».

 

Dopo tanti e forse troppi colpi di scena l’indagine si inabissa fino al 7 settembre 2007 quando Busco è iscritto sul registro degli indagati. Da un magazzino dei Ris, in una busta mal conservata e priva di sigilli nella quale chiunque potava mettere le mani, viene ritrovato il reggiseno di Simonetta. Su una macchia organica ritenuta salivare viene estrapolato il dna che risulta essere quello dell’ex fidanzato. Geniale. Dopo venti anni di indagini una prova regina viene individuata nello scoprire che il ragazzo amoreggiava con la fidanzata e che Simonetta non sterilizzava ogni giorno la propria biancheria.

C’è da restare basiti. Ma la pm Ilaria Calò ha un’altra freccia al suo arco: il morso sul capezzolo. Secondo i suoi periti (mai visto un perito della Procura andare contro il proprio datore di lavoro), questo è compatibile con gli incisivi di Busco. Che, non trattandosi di Dracula, sono del tutto simile a quelli di qualche altro milione di individui.

Ben presto però interviene un ennesimo colpo di scena. I giudici vogliono sentire nuovamente Pietrino Vanacore, il portiere di via Poma, già assolto da ogni accusa in tre gradi di giudizio. E Pietrino, tre giorni prima dell’audizione, viene trovato morto. Suicida o suicidato. Non lo sapremo mai, vista l’abilità degli inquirenti che si susseguono su questo caso.

 

La pm Ilaria Calò ha però le idee chiare sull’uomo che non può più difendersi: “Ha depistato per vent’anni”.

Il processo si regge solo ed esclusivamente su questi fragilissimi indizi. E deve escludere ogni altro elemento, quale tracce di sangue, impronte, perizie sul videotel, biglietti trovati sul luogo del delitto, pur di far rientrare le supposizioni dell’accusa nel debolissimo teorema accusatorio.

Sappiamo come è andata a finire: ventiquattro anni di condanna.

 

Questo non è un errore giudiziario. Paradossalmente, Brusco potrebbe anche essere colpevole perchè sparando a casaccio qualche volta può perfino capitare che ci si becchi. In un sistema penale che sta tornando lombrosiano e nel quale le prove non contano più nulla, potrei pure dire che Brusco ha la faccia antipatica del perfetto colpevole. Ogni giorno nei tribunali si condannano sconosciuti solo per la faccia. Ora la chiamiamo prossemica, che fa più moderno e ha più appeal, ma è la stessa cosa. Dunque, sicuramente Brusco è l’assassino. Ma il processo di via Poma è anche l’ennesima prova di ciò che, ossessionati da toghe rosse, gialle o a pois, non vogliamo più vedere, ovvero l’inversione dell’onere della prove, nuovo dogma del nostro sistema penale. Se il diritto si basa sul dovere dei giudici di provare la colpevolezza, sempre più spesso accettiamo che si stravolga uno dei principi fondamentali del nostro vivere civile. E cosciente dell’impopolarità di tale assunto mi sento di ripeterlo.

 

Al berlusconismo e all’antiberlusconismo che hanno congelato il dibattito sulla giustizia dobbiamo forse mettere in conto anche questa assurdità. Lottavamo per uno Stato equo e ci ritroviamo tirati in mezzo ad una guerra di religione, nella quale ogni istanza riformatrice è messa in discussione dall’esigenza primaria di abbattere l’avversario politico. Qualcuno sostiene che caduto Berlusconi rientreranno le anomalie giudiziarie. Io non ne sono convinto. Il garantismo non è un abito che si può mettere e dismettere a piacimento. Fa parte del dna di un popolo.

La cultura garantista, che è stata uno dei capisaldi civili di questo paese, si è tragicamente smarrita per strada. Resta nei mugugni di corridoio di avvocati e tecnici onesti sempre più impossibilitati a svolgere il proprio lavoro. Si percepisce quotidianamente nel disagio di quanti frequentano i tribunali, in special modo le Procure più importanti.

L’87% dei processi finiscono ormai con l’accoglimento da parte della Corte degli assunti accusatori portati in aula dai pm. Un dato sconcertante, che segnala l’urgenza di un serio dibattito. Il fatto che, a parole, questo sia un cavallo di battaglia di una parte politica non assolve l’opposizione dai propri doveri.

Abbiamo bisogno di una magistratura autorevole non autoreferenziale e la sentenza di via Poma, come altre che hanno il torto di essere meno famose, va in direzione opposta.

 

http://www.cadoinpiedi.it/2011/02/15/quel_pasticcio_di_via_poma_1_parte.html

http://www.cadoinpiedi.it/2011/02/18/quel_pasticcio_di_via_poma_2_parte.html

http://www.cadoinpiedi.it/2011/02/24/quel_pasticcio_di_via_poma_3_parte.html