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"Yara e il DNA degli Italiani." del 25 giugno 2011 di Luca Steffenoni

Yara e il DNA degli Italiani

di Luca Steffenoni

Dopo l'omicidio della tredicenne di Brembate, sempre più Italiani si dicono disposti a rinunciare alla propria privacy per una maggiore sicurezza. Una scelta inutile e sbagliata

Come riportato da molte agenzie l'indagine sulla morte di Yara Gambirasio, la tredicenne assassinata a Brembate, è entrata nella fase 2.

Terminati gli accertamenti sul corpo e sui vestiti della giovane sono stati isolati quattro diversi dna dei quali tre giudicati poco importanti dagli inquirenti (in quanto frutto di contaminazioni casuali con persone frequentate abitualmente da Yara) e uno, rinvenuto sugli slip, estremamente utile per la ricerca dell'assassino.

Se le indiscrezioni fatte filtrare dagli inquirenti, saranno confermate, le analisi degli anatomo patologi e dei chimici avrebbero anche rilevato tracce di polveri sottili cementizie nei polmoni della vittima che insieme ad un filamento di iuta, simile a quello con il quale si fabbricano i sacchi utilizzati per il trasporto di materiale edile, riporterebbero il cantiere di Mapello al centro dell'attenzione.

Ora appunto, la fase 2, ovvero il confronto di questi dati con i circa 2500 dna prelevati su base "volontaria" a molti degli abitanti di Brembate di Sopra. Con un po' di fortuna quando leggerete questo articolo, gli inquirenti potrebbero avere già un nome da abbinare al dna incriminato.

Ma non è degli aspetti squisitamente criminologici che vorrei parlare, giacché come è noto, l'Italia annovera a fianco di cinquanta milioni di commissari tecnici almeno altrettanti esperti in materia delittuosa. La mia riflessione è un'altra.

La mia veste pubblica comporta, in tempi di mail e di Facebook, un contatto diretto con molti dei miei lettori che mi comunicano le loro opinioni, spesso interessanti, e le ipotesi più fantasiose sulla soluzione dei vari casi. Circa cinquanta contatti al giorno offrono una panoramica corposa degli umori e delle inquietudini che scuotono il "popolo della cronaca nera". Ansie esagerate, iper-giustizialismo, oltre, per fortuna, a considerazioni condivisibili, sono la norma, ma il caso di Yara ha introdotto nel mio microcosmo sociale una nuova variabile del tutto inaspettata: sempre più italiani sono disposti a rinunciare alla propria privacy, ai propri diritti e alle proprie libertà per effetto del timore ipotetico di incrociare la propria esistenza con un delitto.

"Se ci fosse un'anagrafe del dna e ogni cittadino fosse schedato si troverebbero immediatamente i responsabili dei delitti e si eviterebbero gli errori giudiziari" mi scrive Anna da Udine. "Si potrebbe prelevare il dna al momento della nascita, o in occasione delle vaccinazioni obbligatorie" aggiunge Sandro da Napoli.
Che errore e che orrore! Errore perchè come insegnano molti casi di cronaca, sui quali non mi posso soffermare per mancanza di spazio, il dna è sì uno dei tanti strumenti di prova, ma anche un efficace sistema di depistaggio e da solo prova poco o nulla.
Orrore pensando a quanto poco rispetto pongono ormai alcuni cittadini nell'integrità dei propri diritti. Un ribaltamento di valori che sottintende l'accettazione dell'inversione dell'onere della prova, principio base di ogni stato di diritto. Il delitto non sarebbe più la drammatica eccezione al corso della nostra vita, ma fin dalla nascita dovremmo appellarci alla nostra scheda genetica per provare l'estraneità ad ipotetici (e statisticamente assai improbabili) omicidi che ci passano accanto.
Aiuto, voglio scendere!

caodinpiedi.it:yara_e_il_dna_degli_italiani