Home Cado in piedi "Il presunto colpevole di via Poma" del 24 marzo 2012 di Luca Steffenoni
"Il presunto colpevole di via Poma" del 24 marzo 2012 di Luca Steffenoni

IL PRESUNTO COLPEVOLE DI VIA POMA  di Luca Steffenoni


E’ stata depositata ieri la perizia super partes ordinata dalla Corte d’Assise d’Appello di Roma nel tentativo, per altro un po’ tardivo, di far luce sulle presunte responsabilità di Raniero Busco, ex fidanzato di Simonetta Cesaroni, la ragazza uccisa negli uffici dell'Aiag in via Poma con 29 coltellate il 7 agosto del 1990. L’uomo, ricordiamolo è stato condannato in primo grado a 24 anni di reclusione il 26 gennaio scorso, in base a motivazioni che apparvero più dei teoremi che delle prove concrete. 

La perizia, più volte richiesta dalla difesa e mai espletata prima d’ora, ha dato esiti apparentemente sorprendenti.

Cadono come foglie al vento le due “prove” regine, quelle che secondo Ilaria Calò, inesperto pm del giudizio di primo grado, avrebbero inchiodato Busco alle sue responsabilità, come in una puntata di Cold Case.

Non è un morso, tantomeno la firma dell’assassino, quella ferita individuata sul capezzolo sinistro della ragazza.

Ciò che aveva sostenuto ogni medico legale che visionò il corpo e coloro, come il sottoscritto, che videro a suo tempo le foto dettagliate del famoso capezzolo, è dunque vero. Il morso esiste solo nella mente, diciamo impreparata, per usare un eufemismo, dell’accusa e dei giudici di primo grado che, con gravissima leggerezza, hanno condannato un probabilissimo innocente.

Crolla anche la seconda prova quella basata sul totem del dna al quale nei nostri tribunali sempre più spesso si tributa eccessivo onore.

In uno dei campioni di tracce biologiche prelevate sul corpetto di Simonetta Cesaroni risulta "con certezza la presenza di almeno tre soggetti maschili", sostengono i periti dopo aver esaminato 12 campioni di tracce biologiche prelevate sul reggiseno della vittima. Due sono attribuibili all'ex fidanzato Raniero Busco.

Detto in altre parole, sul reggiseno hanno messo le mani tutti e ciò è comprensibile, giacchè nel 1990, l’utilizzo giudiziario del dna riguardava solo i film di fantascienza, rendendo nullo l’elemento probatorio.

Tutto previsto e tutto prevedibile. Così prevedibile che ne scrivevo nel 2011 nel mio libro “Nera. Come la cronaca cambia i delitti”:


(...) l’accanimento giudiziario sul caso è ben lungi dal terminare. Nel 2007, diciassette anni dopo il delitto, dai magazzini del Ris salta fuori il reggiseno della Cesaroni, tra l’altro pessimamente conservato in una busta non sigillata, nella quale chiunque ha potuto mettere le mani. Sull’indumento i tecnici isolano il dna di Raniero Busco, ex fidanzato di Simonetta. 

Tocca all’uomo rilasciare la sua dichiarazione ai microfoni dei giornalisti accorsi sotto la sua abitazione.

«Se quella saliva sul reggiseno fosse mia, non proverebbe che sono io l´assassino. Io e Simonetta eravamo fidanzati e, come già in passato ho detto alla polizia, era normale che ci trovassimo in intimità e che dunque mie tracce potessero essere ritrovate su Simonetta».

«La polizia sa benissimo come stanno le cose. Io stesso ho accettato anni fa di farmi prendere il dna. Sono innocente e non ho nulla da nascondere». 

Incuranti della mancanza di un movente i magistrati romani proseguono per le loro strade ritenendo di avere un’ulteriore prova della colpevolezza di Busco: una discutibilissima perizia considererebbe la dentatura attuale dell’ex ragazzo compatibile con il segno a V fotografato sul capezzolo sinistro nel 1990 e attribuito, senza alcuna certezza, ad una morsicata. A tanti anni di distanza l’elemento emerso è scientificamente risibile, presupponendo che l’uomo in venti anni non abbia modificato la propria dentatura e che i segni siano così particolari da non essere adattabili a qualche milione di persone. Ciò non impedisce, tuttavia, di ripartire con un rinvio a giudizio per l’ennesimo presunto colpevole. 

I colpi di scena non sono finiti. Il 9 marzo 2010, in località Torre Ovo, vicino Marina di Maruggio, a una quarantina di chilometri da Taranto, viene rinvenuto il cadavere di Pietrino Vanacore. 

Si sarebbe  suicidato legando una lunga fune ad un piede e assicurando l'altra estremità ad un albero sulla scogliera. Poi avrebbe ingerito dell'anticrittogamico che aveva portato con sé in una bottiglietta. L'uomo ha lasciato due biglietti con le stesse parole, uno sul tergicristallo della sua auto e uno all'interno della vettura:«Venti anni di sofferenze e di sospetti ti portano al suicidio».

Senza alcun rispetto umano né giuridico verso le sentenze che hanno sempre ritenuto l’ex portiere estraneo alla vicenda, il pm del processo a Busco, Ilaria Calò, rilascia, a soli tre giorni dall’evento, durissime accuse contro Vanacore che a suo giudizio avrebbe «depistato per ventanni».


Destino vuole che mi ritrovi in questa fase del libro proprio il giorno nel quale il pm chiude il suo atto d’accusa verso l’ex fidanzato della Cesaroni. Una bella disquisizione fatta d’ipotesi suggestive, del tutto simile alle più svariate e fantasiose ricostruzioni che in questi anni hanno impegnato scrittori e giallisti. Di prove significative neanche l’ombra.


E allora, chi ha ucciso Simonetta? Dispiace dirlo, ma a volte bisogna accettare un principio semplicissimo. Nell’indagine penale accade che, se le indagini sono fatte male o malissimo, un delitto resti impunito. E’ triste ma è così. La ricerca di un colpevole condotta in solo ossequio alla voglia di protagonismo degli inquisitori condita con la mancanza di qualsiasi responsabilità professionale e giuridica, fa più danni dell’omicidio stesso. Provoca nuovi lutti e nuove sofferenze. Ed è altrettanto sconfortante constatare quanto l’inversione dell’onere della prova, passata ormai dai giudici agli inquisiti, stia diventando la norma nei nostri Tribunali; nel silenzio dell’opinione pubblica e in quello ancora più grave di una politica che affronta il problema giustizia solo quando ne è toccata direttamente. 

 

 

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