Home Cado in piedi Guido Galli e la memoria. del 5 febbraio 2013 di Luca Steffenoni
Guido Galli e la memoria. del 5 febbraio 2013 di Luca Steffenoni

 

 

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GUIDO GALLI E LA MEMORIA  di Luca Steffenoni

 

Primavera è tempo di ricordi. Il 19 marzo del 1980 venne ucciso a colpi di pistola Guido Galli, magistrato e criminologo. Un nome che ai più giovani dice poco. Per me, invece, è stato un esempio per la scelta della professione.

 

In primavera ci si sente più leggeri, si butta finalmente nell’armadio il peso dei cappotti e del grigiore invernale. Cambiano un po’ le abitudini e volentieri si allunga la strada per attraversare un parco o un semplice giardinetto. Quando esco dall’edificio nel quale sono nato e nel quale abita ancora mia madre, in piazzale Susa a Milano, non evito più lo sterrato e le aiuole, ma preferisco allungare il percorso pur di respirare per un breve tratto il rarissimo profumo dell’erba milanese.

 

Primavera è tempo di ricordi. In mezzo al cammino lancio sempre uno sguardo ad una lastra di marmo, un freddo monumento alla memoria, con la sua corona d’alloro appena rinnovata e la bandierina italiana che dovrà resistere un intero anno, prima di essere sostituita, il 19 marzo di quello venturo.

Un nome che ai ragazzi, per lo  più extracomunitari, che a pochi metri di distanza giocano a pallone, dice poco o nulla: Guido Galli.

«A Guido Galli nato il 28.6.1932 morto il 19.3.1980, magistrato ed illustre giurista proditoriamente assassinato per aver combattuto con i soli strumenti della legge l’eversione dell’ordine democratico, incurante dei rischi volontariamente accettati con virile coscienza».

Una serie di curiose coincidenze: siamo nati lo stesso giorno in anni diversi,  lui e mio padre erano coetanei. E quel maledetto 19 marzo, festa del papà, nel quale sarebbe stato festeggiato dai suoi cinque figli.

 

Fu una primavera di piombo quella del 1980, una delle tante in quegli anni disastrati. Marzo e Aprile, chissà per quale ragione antropologica, sono stati per quasi un decennio i mesi del sangue. 

Quel tardo pomeriggio del19 marzo è impresso nella mia mente. Ero in università per sbrigare qualche faccenda, l’ascolto delle lezioni ormai terminato.  L’incredulità e lo shock si diffusero in un baleno. Ricordo facce terree e tante grida: «Nell’aula 309 di Giurisprudenza hanno sparato ad un professore». 

Credo sia stata la prima volta nella quale un luogo di cultura, veniva brutalizzato e violato in modo così plateale..

Il nome della vittima tardava ad arrivare. Decisi d incamminarmi verso il corridoio per sapere qualche cosa di più, pensando che al peggio si potesse trattare di una gambizzazione, termine orrendo del lessico violento di quel periodo.

 

Feci in tempo a vedere il lenzuolo pietosamente dispiegato da qualcuno, i professori e gli studenti che accorrevano e a percepire le mie gambe che si piegavano quando un nome raggiunse il cervello. «E’ Guido Galli, il professore di criminologia... è morto». Colpito alle spalle e finito a terra da colpi di P38.

Avevo in borsa il suo libro di testo, con la copertina gialla e le pagine che sembravano battute a macchina. L’aveva regalato lui a mio papà perchè me lo desse. Nella confusione e nel pallore, intravidi Alessandra, sua figlia, che aveva già raggiunto il secondo piano. Non ebbi il coraggio di aprire bocca, di muovere muscolo.

Il «ragazzo», come lo chiamava affettuosamente mio padre, era morto. Anche se viaggiava verso la mezza età, Guido Galli era, infatti, un ragazzo. Nell’aspetto, nella sua invidiabile capigliatura nera, nel fisico asciutto, nei modi informali, nella cordialità. 

 

Quando hai ventanni il mondo si divide in due: da una parte i giovani e dall’altra i vecchi. Galli, come mio padre del resto, l’avevo sempre incluso nel nostro gruppo, quello che non ti immagini possa mai invecchiare. Erano tempi nei quali molti insegnanti quando salivano sullo scranno della Statale davano libero sfogo alla retorica un po’ stantia del linguaggio forense, isolandosi in mondo di codici e d’articoli di legge che poco avevano a che fare con la vita e con il pensare di noi giovani studenti. Lui no. Lui era già proiettato sul futuro e  sulla voglia di capire, prima ancora che di insegnare.

Più tardi sono arrivati i discorsi solenni, l’indignazione pubblica, il ricordo commosso dei colleghi e degli amici, le analisi politiche. Ma in quel momento un solo pensiero mi attraversava la testa: «Hanno ammazzato un ragazzo». Non il magistrato, non il professore, non l’amico di papà, un giovane come me.

Si erano conosciuti sull’autobus, la linea 54, che dall’Ortica cantata da Jannacci, passa per piazzale Susa e per corso Plebisciti, dove Galli abitava, per raggiungere poi il Tribunale. Senza scorta, senza auto blu, senza protezione.

Col tempo il loro appuntamento era diventato quasi fisso, trasformandosi in un’amicizia fatta di panini mangiati al volo tra i baretti a fianco del Tribunale. Ogni tanto passavo anch’io. Mi piaceva parlare con quell’uomo. Aveva qualche cosa di limpido nello sguardo. Di onesto.

 

Un giorno, con la sfrontatezza e l’arroganza dei ventanni mi misi a discutere animatamente di Autonomia operaia e del famoso “teorema Calogero”, la tesi processuale sostenuta nel processo 7 aprile contro vari esponenti del dissenso. Non immaginavo che lui si occupasse di questi argomenti.

Mi fece parlare per dieci minuti senza mai interrompere o contraddire la mia logorrea, infarcita di luoghi comuni. Alla fine del sermone, invece di mandarmi al diavolo come avrei fatto io se fossi stato al suo posto, mi disse che non era d’accordo con una parte di quanto sostenevo, ma che aveva trovato molti spunti di riflessione. Mi disse che avrebbe gradito un nuovo incontro per terminare quell’interessante discussione. Quel giorno capii il senso di molte cose. Ascoltare, capire, saper dare degli insegnamenti. Oggi che nessuno è più maestro, sia buono che cattivo, e ognuno rifugge da ogni responsabilità, quel messaggio mi colpisce ancora.

L’incontro non ci fu mai. Lo uccisero prima. Mi resta il suo libro, il ricordo del suo sguardo, la sua umanità e la decisione che presi il giorno del suo funerale: da grande avrei fatto il criminologo.

 

 

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