Home Luca Steffenoni
Prefazione dell'Autore PDF Print E-mail

Ogni volta che vengo invitato ad un dibattito sull’efficacia della lotta alla pedofilia e sugli errori giudiziari di cui questa è lastricata, mi viene in mente una storiella che si riferisce alle estati della mia infanzia passate su una piccola isola della ex Jugoslavia. A volte la quiete delle rade veniva interrotta da un boato. Di colpo i grandi smettevano le loro attività, ovvero stare spaparanzati al sole, per correre a scrutare l’orizzonte come il capitano Achab. Nelle giornate limpide si poteva osservare anche un alto spruzzo che accompagnava il botto. Boom, spruzzo, boom, spruzzo. Andava avanti per ore. Noi bambini sapevamo già di cosa si trattasse, ma pazienti, aspettavamo che l’adulto, facendo un’intensa pausa teatrale e abbassando il tono perché il vento non ascoltasse, proclamasse con enfasi: «Stanno cacciando il Pescecane!» Figura mitica che merita la maiuscola. Se ne parlava al porto, al mercato del pesce, nei bar del paese: il pescecane, seguendo le rotte delle navi dirette a Trieste, doveva passare di lì. E andava ucciso. Inutile dire che, in quindici anni, di squali appesi per la coda non ne ho mai visti. Una gran quantità di delfini, di piccole verdesche, perfino una foca monaca finita chissà come nel mare sbagliato, ma di predatori marini neanche l’ombra. Quello che invece si vedeva bene era lo scenario di morte che all’indomani si presentava sulla spiaggia. Una mattanza di innocenti lasciati a marcire al sole, becchettata da grassi gabbiani ormai satolli. I ragazzini del paese si procuravano bombe a mano e candelotti di dinamite, sempre disponibili in una terra martoriata da continue battaglie, e passavano l’estate così. A noi bambini di città tutto ciò pareva l’azione di perfetti imbecilli, ma i genitori sospendevano volentieri ogni giudizio ecologico e morale in virtù di quella nobile causa. E offesi dalla nostra presunta neutralità, ci tiravano in mezzo, facendoci presente che proprio noi piccoli umani rappresentavamo la preda più ambita per l’assassino dei mari.

Il ricordo torna attuale quando immancabilmente, nel corso del dibattito, una signora si alza con voce un po’ astiosa dicendo: «D’accordo, lei avrà anche ragione, però i pedofili ci sono». Strano destino quello di queste discussioni, nelle quali c’è sempre qualcuno che vuole convincerti di una cosa della quale sei da sempre convinto. «Sì, signora, esistono. E anche i pescecani. Quello che dobbiamo chiederci è se sia utile, prima che etico, buttare bombe a casaccio nella speranza di acchiapparne uno. Fare vittime innocenti, tra le quali sono compresi molti bambini, per constatare che dalla distruzione del diritto si ottiene solo un habitat fetido per tutti». A questo punto in genere lo scontro si sposta tra il pubblico, e in poco tempo la sala si trasforma in un ring nel quale due partiti si affrontano all’insegna del «vorrei vedere se capitasse a suo figlio» contro «e se lei venisse denunciato per una cosa che non ha fatto o se le portassero via i figli per la pazzia di un assistente sociale?» Il relatore di turno, sopraffatto dall’imbarazzo, cerca di giustificarsi per la maleducazione degli invitati, ma queste contrapposizioni sono in realtà ricche di materiale su cui riflettere. Così numerose da meritare l’approfondimento di un libro. Non sulla pedofilia, materia che ha poca attinenza sia con questa indagine sia con l’attività dei nostri tribunali, ma sullo stato dei diritti civili e sul monitoraggio di una problematica che sempre più spesso abbandona l’elemento razionale per diventare crociata dai contorni estremamente ambigui.

Strano paese il nostro, nel quale concetti come giusto processo e diritti dell’imputato, spariti dall’agenda politica di governi e opposizioni, sono sempre teorici e traballano non appena debbono confrontarsi con casi concreti. Beni opzionali per cui si è disposti a scendere in piazza e a firmare petizioni se riguardano nazioni lontane, ma lusso che non ci possiamo permettere, allorché il gioco si fa duro e i problemi ci riguardano da vicino. Bizzarra una presunta patria del diritto nella quale si è diffusa l’opinione che rigore e diritti civili non possano coesistere e non siano concetti complementari, come se nei paesi che più li hanno a cuore non si facesse una seria attività di contrapposizione alla delinquenza, ma si vivesse in un carnevale continuo. Del resto solo da noi si sono coniati tutti gli ismi più acidi per imbrigliare ogni discorso sulle regole nella logica di un giustizialismo o di un garantismo fieramente contrapposti. Senza dimenticare che qualsiasi tentativo di sottrarsi diventa professione di qualunquismo.

Il fatto è che la nostra emotività nell’affrontare un argomento tanto delicato genera un vizio di fondo che condiziona ogni valutazione e ci annichilisce impedendoci di ragionare. L’oggetto finale della nostra protezione, ovvero quel bambino tanto amato da rischiare il soffocamento, rende tutto parossistico, ma anche confuso. Problemi reali si mescolano a leggende metropolitane, timori e comprensibili ansie diventano psicosi di massa perfino contagiose. Maltrattamenti, abusi, stupri, immagini pedopornografiche, rapimenti di bambini, fino a terrificanti ipotesi di bambini uccisi per il prelievo degli organi, tutto si mescola generando un enorme blob dai contorni psicanalitici prima che giuridici. Un’Idra dalle mille teste alla quale attribuiamo il nome di pedofilia di fronte alla quale nessuno chiede più conto dei costi sociali, economici, ma soprattutto dell’efficienza del sistema di repressione. I dati dimostrano che dal 1996, anno di entrata in vigore della nuova legge sulle violenze sessuali, i passi avanti sul fronte della lotta alla pedofilia sono stati ben pochi, i danni al sistema giustizia e ai valori democratici assai numerosi, mentre della prevenzione si è persa ogni traccia. Ciò che viceversa si è consolidato è un macrosistema dai contorni ideologici ed economici ben precisi, che  persegue l’interesse privato di lobby e gruppi di pressione che non si fanno remore nell’alimentare ogni paura collettiva e nel coagulare l’incertezza del diritto in  emergenze continue.

Il risultato sono le vicende al limite dell’incredibile che raccontiamo. Bambini diventati adulti in orfanotrofio che denunciano i propri aguzzini, ovvero psicologi e assistenti sociali che li hanno costretti da piccoli a schierarsi contro il padre per molestie mai avvenute, padri separati in balia delle ex mogli, maestre tradotte in carcere per l’effetto di psicosi scolastiche che si rivelano del tutto infondate, adulti condannati sulla base di dichiarazioni provate dal solo psicologo durante sedute ipnotiche, innocenti colti da infarto alla lettura della prima sentenza riabilitati «alla memoria» nel processo d’appello.

Le ragioni di questo libro vengono dunque da sé: dare voce a chi non ne ha e non ne ha avuta, stretto tra un’informazione che privilegia l’arresto e dimentica l’assoluzione e un’opinione pubblica che baratta le storture del sistema con l’illusoria convinzione che si tratti pur sempre di eccezioni. Storie di bambini, vittime di coloro che li vorrebbero tutelare, e di adulti condannati ad anni di galera, marchiati con il peggiore dei sigilli e troppo tardi assolti. Storie di persone in carne e ossa. E di pescecani.