Home Rassegna stampa Da Nuove Pagine del 28 giugno 2013. Intervista su Melania Rea. L'assassino alle spalle
Da Nuove Pagine del 28 giugno 2013. Intervista su Melania Rea. L'assassino alle spalle

 

 http://www.nuovepagine.it/2013/06/intervista-a-luca-steffenoni-criminologo-e-scrittore/ 

INTERVISTA A LUCA STEFFENONI

Lo avevamo conosciuto con Presunto colpevole, un testo sulla malagiustizia e la fobia del sesso, nel frattempo ha continuato la sua carriera di scrittore con altri due libri sulla cronaca nera, e in ultimo, proprio a maggio è uscito Melania Rea. L’assassino alle spalle, con una «ricostruzione dettagliata e ripulita dalle ingerenze mediatiche». Questa volta lo abbiamo incontrato, per parlare del suo libro ma anche per dei chiarimenti su ciò che sta accadendo ultimamente in Italia, che si “intriga” dei fatti di cronaca per renderli alla portata di tutti.

Lei è un noto criminologo e ormai anche scrittore: ci sono dei punti in comune tra i due mestieri e quando l’uno prevale sull’altro?
Se debbo essere sincero, ultimamente mi sento più scrittore. Scrivo di delitti, certo, ma do una grande importanza all’aspetto letterario, fuggendo dal saggio “vecchio stile”. La verità è che il criminologo è essenzialmente un ricercatore, uno studioso che a volte deve dare anche opinioni scomode e nel mondo professionale, ma anche in tv, gli spazi per approfondimenti e opinioni un po’ fuori dal coro, si stanno chiudendo. La scrittura permette ancora delle “libertà” e dei tempi di riflessione, che altrove sono negati. Più conosco i soggetti implicati nei delitti, siano essi vittime o carnefici, e più mi rendo conto che le loro storie non possono essere condensate da semplici elemento probatori, da dati tecnico-scientifici. ci vuole altro per raccontare questa umanità. La scrittura resta un mezzo valido per raccontare il pathos della vita e della morte.

Il suo ultimo lavoro, su Melania Rea, descrive un noto caso che ha diviso l’Italia in due: pro e contro Parolisi, lei da che parte sta e perché?
In 
Melania Rea. L’assassino alle spalle analizzo con una cronistoria dettagliata e ripulita da tutte le ingerenze mediatiche, l’evolversi degli accadimenti, prendendo in esame solo ciò che è assolutamente certo. Nonostante alcuni buchi ed errori, fatti durante i sopralluoghi ed in sede di verifica della versione fornita da Parolisi, tutto porta verso la sua colpevolezza in una lite finita con un impeto di rabbia. Molto di ciò che avviene dopo la prima fatale coltellata è ascrivibile ad un tentativo di depistaggio, per la verità un po’ naif. Intercettazioni, quadro psicologico, referti…tutto è lineare e coincidente. Questo non significa che io condivida la ricostruzione effettuata in primo grado dal magistrato che ha condannato Parolisi all’ergastolo. Le motivazioni della sentenza mi trovano in completo disaccordo, ad iniziare dalla presenza di Parolisi a Colle San Marco, per finire con la “frustrazione erotica” che, secondo il Gip, sarebbe la causa della furia omicida. Credo che queste interpretazioni complicheranno non poco il lavoro della Corte d’Appello.

Come mai ha deciso di dedicare un ebook a questa storia? Cosa ha voluto chiarire esattamente?
Dai tempi del mio penultimo libro: 
Nera. Come la cronaca cambia i delitti, mi affascina il meccanismo per il quale un caso diventa mediatico. Ogni giorno ci sono delitti, ma solo alcuni di essi “bucano la notizia” e diventano patrimonio collettivo. Il caso di Melania Rea è uno di questi. Il motivo credo stia, paradossalmente, nella banalità di questo caso. C’è stato un processo identificativo della pubblica opinione, per la quale la vita di Melania e quella apparentemente sregolata del marito, sono risultate più normali di quanto si pensi. Melania è la ragazza semplice, casalinga, mamma, senza scheletri nell’armadio con un marito piacione, sentimentalmente poco affidabile. Lui, lei, l’amante, sono ingredienti tipici della commedia all’italiana, che in qualche caso si tinge di giallo. La storia andava riportata nei suoi binari, fuori da complottismi da caserma e da pruriginose interpretazioni mediatiche.

Il femminicidio è, purtroppo, un argomento che è sempre attuale, in base alle sue esperienze cosa spinge l’uomo a uccidere? Si tratta solo di raptus o premeditazione? Come mai i media si stanno interessando a questi accaduti secondo lei?
Non basterebbe un libro per rispondere, tanto la questione è complessa. La profonda crisi morale, culturale, sociale ed economica che stiamo vivendo rende i rapporti personali, l’ultimo baluardo da difendere con le unghie, un’isola spesso infelice nella quale emergono frustrazioni, debolezze, nevrosi, incomunicabilità. Niente di nuovo, per carità, migliaia di scrittori e registi hanno già analizzato il problema che ciclicamente torna sulle pagine dei giornali, anche nella veste più cruenta. Tutte le storie di violenza alle quali assistiamo, anche quella di Melania Rea, nascono nella più completa solitudine e nell’incapacità affettiva alla quale l’uomo si è condannato. Non servono nuove leggi e nemmeno più severità, anche perché spesso gli autori di questi atti, si suicidano, non serve la guerra dei sessi. Serve una società più aperta, comprensiva e dialogante, nella quale gli individui possano contare sull’aiuto altrui.

 In Italia, ultimamente, casi di questo tipo sono diventati, appunto, mediatici, quali sono i vantaggi e gli svantaggi a parer suo?
Per come il tema è trattato vedo solo svantaggi. I luoghi comuni, gli slogan, le banalizzazioni del discorso sono all’ordine del giorno. Torniamo al caso Melania Rea. Tutti hanno sezionato il personaggio Parolisi, nessuno a rilevato la pochezza emotiva, l’egoismo, l’autoreferenzialità nevrotica dell’amante Ludovica. Eppure le intercettazioni illuminano un quadro umanamente devastante e spiegano molte cose. Non si capisce la violenza se non si indaga sulla situazione in cui nasce. E non c’è uomo o donna che tenga.

Lei scrive: «La criminologia, forse, dovrebbe tornare sui propri passi e prima di utilizzare il luminol dovrebbe tentare di far luce sull’animo umano». Chiarirebbe il significato di questa frase esprimendo in che modo l’animo umano possa appunto incidere sulla “criminologia”?
Da anni assistiamo alla scientificizzazione della criminologia. Si vuole trasformare ogni vicenda in una puntata di Csi, si riassume tutto in dna, orletti ecchimotici, perizie balistiche, ferite lacero-contuse, dati tossicologici. Il risultato è che ogni processo genera enormi dubbi e che le carceri sono piene di innocenti e le strade piene di colpevoli. Credere che la scienza sia univoca e risolva tutto è una gran stupidaggine, ogni perizia può essere interpretata o addirittura stravolta per puntellare ipotesi opposte. La pistola fumante non può fornirla la scienza. Nei processi indiziari è necessario che tutto coincida, ma soprattutto che il movente si inquadri nel vissuto dei protagonisti. Che abbia un senso e una logica. Il delitto non è un fatto isolato e asettico e ha sempre una sua logica. Su questi aspetti “umani” non si può tralasciare nulla. Vanno compresi e spiegati. Altrimenti avremo sentenze formalmente giuste, ma intrinsecamente sbagliate.

Che consiglio darebbe a un giovane che vorrebbe fare il suo stesso lavoro?

È un lavoro che sta cambiando molto rapidamente e forse destinato a scomparire. Il mondo richiede sempre più tecnici e sempre meno “assemblatori” del delitto e del comportamento deviante. Il criminologo ha ancora un ruolo romantico e letterario. Studia i vecchi delitti, propone analogie, parla dell’uomo. In un mondo che vuole ridurre tutto ad un dato statistico e ad un bit di computer non so per quanto ci sarà bisogno di noi. A mia figlia consiglierei di specializzarsi in un aspetto tecnico (medicina legale, tossicologia forense, chimica tossicologica, genetica ecc) senza perdere la visione d’insieme. E di ricordarsi sempre che l’essere umano è abbastanza semplice. Sono le relazioni che sono complesse.

 

Intervista a Luca Steffenoni criminologo e scrittore