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Da Tesi di laurea Università Sapienza. Il massacro del Circeo. Intervista a Luca Steffenoni PDF Print E-mail

Sapienza. Università di Roma. Facoltà di lettere e Filosofia

Corso di laurea Magistrale in Editoria e scrittura. Anno Accademico 2012/2013

Tesi di Valentina Tranzi: Massacro del Circeo. Come è stato raccontato quel femminicidio che ha fatto storia.

 

 

 

Il parere del criminologo Luca Steffenoni: La cronaca nera potrebbe

acquisire uno scopo e un valore  di Valentina Tranzi

 

 

Documentandomi per poter scrivere questa tesi, ho avuto la

fortuna di poter leggere diversi libri che si sono occupati, sotto diverse

prospettive, di alcuni degli argomenti trattati. Uno di quelli che mi ha

maggiormente colpito è “Nera. Come la cronaca cambia i delitti” di

Luca Steffenoni, criminologo e saggista italiano, in cui l’autore

affronta proprio i tanti cambiamenti che questo genere di cronaca ha

subito nel corso degli anni.

 

L’autore analizza abilmente e con estrema attenzione i

maggiori delitti italiani, o meglio, quelli che più di altri hanno

rappresentato un punto di svolta sia nel modo di vedere e di

interpretare “l’omicidio comune”, sia nel modo di narrarlo,

raccontarlo e rappresentarlo alla folla di persone che, sempre più

numerose, vuole sapere e conoscere la dinamica del delitto, ma anche

ogni altro elemento che gli permetta di scoprire qualcosa di più, di

entrare nel luogo dove esso si è consumato e di riuscire ad individuare

il colpevole, prima che la giustizia faccia il suo corso; quindi anche

uno studio attento sul cambiamento del pubblico, dei suoi gusti e delle

sue richieste, del perché siamo uno dei paesi europei più interessati

alla nera e cosa comporta o può comportare questa tendenza generale;

segue il ruolo che ha avuto l’arrivo della televisione e la spinta al

cambiamento che ha accelerato il normale processo di modifica;

l’altrettanto ruolo fondamentale della fotografia e poi la politica, l’

“ansiocrazia” e le donne killer.

 

Spiega com’è complesso quel meccanismo che è in atto oggi,

con un approccio alla cronaca nera da romanzo poliziesco e omicidi

che si trasformano a volte, ma con una frequenza sempre maggiore, in

reality show in cui tutti i protagonisti, con una naturalità sconcertante

giocano con la telecamera cercando di confondere le idee agli

inquirenti, al pubblico e cercando di trascinare quest’ultimo all’interno

del vortice in cui sempre più coinvolto, emette la propria sentenza.

Chi si occupa di delitti deve inevitabilmente ampliare la

propria visione e giudicarne contemporaneamente anche la

dimensione mediatica che ha o potrebbe occupare. Se fino ad alcuni

anni fa, era il giornalista che doveva inseguire gli investigatori, gli

avvocati, i magistrati e anche i famigliari per convincerli a concedergli

un intervista o una dichiarazione, oggi sembra avvenire l’esatto

contrario con, tra l’altro, fughe di notizie e di particolari investigativi

sempre più preoccupante.

 

Del delitto di Avetrana, di cui ho accennato qualcosa poco

sopra circa le dinamiche –di cui molto altro si potrebbe scrivere per

approfondire meglio il discorso dedicandosi a tutte le riflessioni che

da esso scaturiscono, ma andrei oltre quello che è il tema principale

della tesi-, ha scritto: «il bombardamento al quale, volenti o nolenti,

tutti siamo esposti, sta decretando la morte della cronaca nera anziché

la sua esaltazione. Quella che ha riempito i palinsesti con la foto di

Sarah, infatti, non è più cronaca nera, ma un didascalico resoconto

caratterizzato da incredibile povertà narrativa. […] Nessuno che abbia

approfondito il contesto nel quale si è sviluppata la gelosia ossessiva e

omicida, che si sia mosso, telecamera in spalla, oltre via Deledda,

luogo della tragedia, per tratteggiare i contorni di questa nebulosa che

è diventata l’esistenza di molti ragazzi. Ossessionati dai misteri di

casa Misseri, gli esperti si sono dimenticati di scavare oltre

l’apparenza, ribaltare gli stereotipi, raccontare ciò che la verità

processuale non può indagare. […] Se non è sempre possibile

prevenire il delitto, dovremmo almeno porci il problema di fermare la

nostra complice superficialità. Forse, così facendo, la cronaca nera

acquisterebbe uno scopo e un valore».

 

Quello che pensa l’autore, dunque, su come la cronaca nera

stia diventando è molto chiaro. Ovviamente il suo è il punto di vista di

chi, visto la professione che svolge, è abituato a studiare il crimine e i

delitti in un ottica diversa da quella del “classico” giornalista e

ricostruendo una mappa cronologica di tutti questi casi riesce a

determinare dinamiche sociali e culturali utili alla comprensione del

fenomeno criminale in sé e dell’approccio del pubblico a questo

genere di eventi.

 

Ora, chiudendo questa breve carrellata di casi italiani che

hanno contribuito a modificare la cronaca nera nel corso del tempo, il

modo di raccontarla, presentarla e quello di fruizione da parte del

pubblico, torniamo a quello principale d’analisi: il massacro del

Circeo di cui lo stesso Luca Steffenoni ha parlato nel suo libro

individuandolo come punto di svolta in tale processo di modifica.

Attraverso uno scambio di e-mail –visto la lontananza fisica,

trovandosi lui a Milano ed io a Roma ed i suoi impegni-, ho potuto

porgli alcune domande sull’argomento, a cui, gentilmente, ha risposto.

Le riporto esattamente come sono avvenute:

 

- Il delitto del Circeo rappresenta un punto di svolta sotto diversi

aspetti: dal punto di vista della lotta femminista sia perché per la

prima volta sono state ammesse al processo come parte civile, sia

perché proprio da quel terribile femminicidio si gettarono le basi

per modificare la legge sullo stupro che, circa vent’anni dopo,

diventerà reato contro la persona e non più contro la morale; ma

rappresenta anche un punto di radicale cambiamento nel modo di

fare cronaca nera. In che modo l’ha modificata?

 

Luca Steffenoni: «Indubbiamente quel terribile episodio portò

nelle case degli italiani la consapevolezza che la violenza, l’odio ed il

disprezzo per le donne, avessero raggiunto vette inimmaginabili solo

pochi anni prima.

Non si trattava più di “solo” stupro, tema che forse non

raggiungeva ancora il cuore del cittadino medio e che si stemperava

tra mille ipocrisie e congetture morali, ma di violenza cieca,

psicopatica e misogina. Le modalità del delitto, l’assoluta mancanza di

pietà dimostrata dagli assassini, l’atteggiamento sprezzante di Izzo,

Ghira e Guido contribuirono a fare dell’episodio un unicum destinato

a rimanere vivo nella memoria collettiva. Per la prima volta ciò che

era stato anticipato da un film diventava realtà. Mi riferisco ad

Arancia Meccanica di Stanley Kubrick che già nel 1971 alla sua uscita

aveva dato scandalo, con conseguenti richieste di censura perché

ritenuto fomentatore di odio e violenza fine a se stessa.

Anche il modo di raccontare la cronaca nera subì uno

scossone. Per comprenderne a pieno la valenza bisogna tornare allo

spirito di quegli anni, in un’Italia sull’orlo della guerra civile dove

tutto veniva ideologizzato, dove si gridava “il privato è politico” e

dove nuovi soggetti come il movimento delle donne rivendicavano

spazio.

Nei primi anni 70 la cronaca nera si poteva dire in crisi.

Relegata in un ghetto, snobisticamente trascurato dall’intellighenzia

che magari ne sbirciava le pagine, ma rifiutava di legittimarla. Mentre

la violenza politica era sulla bocca di tutti, gli episodi comuni, erano

guardati con un certo sospetto. Se i giornalisti non erano in grado di

costruirci sopra un giallo dai tratti letterari, qualsiasi caso raccontato

moriva dopo poche settimane. Archiviati i grandi processi degli anni

50 e 60, Montesi, Fenaroli, Nigrisoli per citarne qualcuno, e diventato

obsoleto e un po’ naif lo stile narrativo che li aveva caratterizzati, la

cronaca nera cercava nuove firme e nuove modalità per rinverdire i

propri fasti. Bisogna aggiungere che l’informazione negli stessi anni

stava vivendo grandi trasformazioni. Nascevano sempre più radio

“libere” nelle quali si dibatteva in lunghissimi microfoni aperti,

cresceva il giornalismo legato all’ultrasinistra e al movimento degli

studenti, la stessa tv di stato iniziava lentamente a liberarsi di qualche

laccio che l’avvinghiava. Tutto ciò, però, non toccava la cronaca nera

e nessun giornalista delle testate politicamente schierate si sarebbe

sognato di interessarsi a casi nei quali l’ideologia non avesse lasciato

il segno.

Improvvisamente, con la strage del Circeo (non a caso in

quegli anni più che di massacro si parlava di strage, anche se in realtà

si tratta di un unico omicidio) avviene un fatto nuovo: un caso di

cronaca nera riassume in sé parecchi elementi politici o politicizzabili.

In questa vicenda trova il suo spazio lo scontro di classe, tema molto

caro alla sinistra extraparlamentare (in virtù dell’appartenenza di

vittime e carnefici a ceti sociali ben diversi), così come la violenza

sulla donna, dando visibilità ai temi proposti già da qualche anno dai

movimenti femministi. C’è lo scontro ideologico (per l’affinità dei tre

assassini con una generica area neofascista), il machismo e la violenza

psicotica, che stimolano sociologi e psicologi a nuove analisi e, in

ultimo, si trovano elementi morbosi che fanno sempre presa sul

pubblico. Un bel cocktail.

Per essere cinici è una manna dal cielo per i mass media.

Tutti ci si buttano a pesce, cercando di sfruttare al meglio l’episodio.

Mancando in Italia un’informazione apolitica, la lettura dell’episodio

si prestava alle interpretazioni più manichee. Austeri giornali come

Lotta Continua e il Manifesto, da sempre dediti alla sola politica, non

perdono l’occasione e sbattono l’evento in prima pagina. Perfino i

giornali di destra, diedero un’enorme importanza al fatto con

l’intenzione di smarcarsi il prima possibile dall’equazione neofascismo

= violenza sulle donne.

La cronaca nera, diventava, in qualche modo, utilizzabile».

 

 

- Come ha condizionato questo la cronaca del futuro?

 

L.S.: «La possibilità di trasformare in politico ciò che prima

era semplice cronaca, apriva delle praterie a chi voleva leggere la

violenza comune come espressione delle colpe della parte avversa.

L’indirizzo ha lasciato il segno. Lo vediamo ancora oggi, proprio nei

casi di violenze sulle donne, con numerose giornaliste che si chiedono

se non si stia correndo il rischio di colpevolizzare l’intero genere

maschile per fini diversi dalla semplice tutela.

L’idea che la cronaca nera rappresenti asetticamente il delitto e

che non sia un prodotto costruito a tavolino è tanto accattivante quanto

falsa. Proprio negli anni 70 nasce l’opportunità di selezionare

unicamente quei casi che, in qualche modo, siano utili per i propri fini.

Faccio un esempio: pochi mesi dopo il massacro del Circeo, a Milano,

la sedicenne Olga Julia Calzoni viene uccisa in modo barbaro e

insensato dai due giovani Giorgio Invernizzi e Fabrizio De Michelis.

Anche questa volta si tratta di ragazzi che frequentano gli ambienti

dell’estrema destra, anche questa volta il delitto è particolarmente

cruento. C’è l’insensibilità, la follia omicida, il machismo, insomma

tutti gli ingredienti per una riedizione del caso del Circeo. Eppure i

giornali quasi lo ignorano, le donne non scendono in piazza, 

le femministe non si costituiscono parte civile al processo. Perché? La

ragazzina ha il torto di appartenere alla stessa classe sociale dei suoi

aguzzini e di apparire come un’ingenua connivente. E dunque non

serve. Durante un’intervista televisiva dell’epoca, una femminista

quasi coetanea della vittima dirà: “Vabbè, ma sono storie di

fasci...fino che si ammazzano fra di loro”. Rispolverando il concetto

“se l’è cercata lei”, tanto caro a chi si opponeva ad una seria riforma

della legge sulle violenze sessuali.

Con il caso Lavorini del 1969 e ancora di più con quello del

Circeo, non a caso delitti ai danni di “soggetti deboli”, per usare

un’espressione cara al mondo giudiziario, nasce la possibilità di

cavalcare sul piano politico la cronaca nera, sdoganarla ai fini più vari,

incidere sull’emotività generale, ottenendone in cambio nuove leggi,

finanziamenti, voti. Operazione condotta sia dalla destra che dalla

sinistra. E tutt’oggi molto in voga. Tradizionalmente la destra sfrutta

quella che in un libro ho definito ansiocrazia, ovvero un modello di

consenso basato sul generare paura nella popolazione mentre la

sinistra utilizza i fatti di cronaca per forzare la normativa e per

chiedere finanziamenti da distribuire ai propri gruppi di riferimento».

 

 

- Quale degli aspetti che hanno caratterizzato quel “mix del

tutto nuovo”, ha condizionato maggiormente il modo di raccontare 

un delitto ed ha accelerato il cambiamento? La differenza sociale, 

la politica, il fatto che le vittime fossero due giovani donne, qualcuno 

di questi elementi è stato più importante dell’altro per mettere il moto tale modifica?

 

L.S.: «Anche se oggi può far sorridere, all’epoca il primo

termine che veniva affiancato al massacro del Circeo era fascista. Non

a caso lo slittamento semantico al quale facevo riferimento “strage del

Circeo”, come fosse parte di quella strategia della tensione che

trovava nelle bombe fasciste il suo apice. Quindi è l’ideologia

l’elemento principale. Poi, ovviamente, il fatto che le vittime fossero

due ragazze nelle quali molti potevano identificarsi ha dato la stura al

movimento femminista per auto nominarsi interlocutore privilegiato

delle istituzioni e rappresentante di tutte le donne. Gli esiti di questa

strategia, intendiamoci, sono stati in parte positivi, in un paese nel

quale lo stupro era ancora considerato reato contro la morale e che ha

sempre bisogno di drastici scossoni per innovarsi».

 

- Nel prologo del suo libro, lei afferma che anche l’omicidio

ormai è «diventato merce, prodotto da vendere in fretta prima che

la data di scadenza ne certifichi la morte commerciale». È giusto

far coincidere la nascita di questa nuova tendenza proprio con il

massacro del Circeo? Trasformato in un “talk show” in cui

ognuno ha svolto il suo ruolo per aumentare l’attenzione

sull’aspetto che faceva più comodo, dimenticandosi della vittima e

della sopravvissuta Donatella Colasanti?

 

L.S.: «No, non è corretto riferirsi al solo delitto del Circeo.

Una cosa è la politicizzazione e l’utilizzo strumentale del delitto (e

sotto questo profilo il Circeo ha fatto scuola) un’altra è la

mercificazione che, storicamente si è compiuta a piccoli passi, con

strappi graduali culminati, agli inizi degli anni 80 con l’avvento delle

tv private e con le trasmissioni di Rai 3 nel campo della cronaca nera».

 

 

- Che ruolo ha avuto la fotografia e per la precisione la scelta

di pubblicare su quasi tutte le prime pagine dei quotidiani

dell’epoca non più, o almeno non solo, la foto di un cadavere ma

anche quella della vittima che del tutto indifesa, totalmente

vulnerabile e nuda cerca di uscire da quel portabagagli?

 

L.S.: «Esistono due tipi di cronaca nera, quella narrata e quella

per immagini. Come ho cercato di spiegare in Nera, queste due

tipologie hanno seguito percorsi diversi e spesso il pubblico, già

pronto sul piano narrativo a seguire dei veri splatter (negli anni 60

giravano libricini di infima categoria, acquistabili solo nelle edicole

delle stazioni, che trattavano argomenti più o meno scabrosi e

violenti) non lo era ancora sul piano dell’immagine. Prima degli anni

70 nessun giornale avrebbe potuto pubblicare l’immagine di un

cadavere immerso nel sangue; si usava sempre l’accorgimento delle

foto repertate dalla polizia, quelle classiche con il contorno del corpo

disegnato in gesso, per intenderci.

E’ stata la fotografia di fatti di terrorismo e di morti

“politici” a sdoganare la foto cruenta. La cronaca nera, in questo

aspetto, ha solo inseguito il reportage politico.

L’utilizzo dell’immagine violenta, morbosa e a tratti

pornografica nasce in realtà nel 1969 con Cronaca Vera, non a caso

fondata da un imprenditore che viene dall’editoria porno. Il primo

capo redattore Antonio Perria, si occupava d’inchieste politiche per il

settimanale Abc e di cronaca nera per l’Unità e quando passò a

Cronaca Vera, si portò dietro l’idea che pornografia, militanza politica

e morbosità potessero efficacemente convivere in nome del denaro. Se

pensiamo che proprio in seguito al dramma del Circeo, Cronaca Vera

raggiunse circa le 600.000 copie, capiamo come quell’episodio avesse

sdoganato anche la morbosità popolare, l’esibizione del corpo nudo e

violentato con la giustificazione ipocrita della denuncia sociale.

Militanza e pornografia a braccetto. Con la scelta di pubblicare la

terribile foto di Donatella, che personalmente giudico uno dei

momenti più bassi della storia giornalistica, si è realizzata la fusione

tra foto militante e foto morbosa. Fusione dalla quale facciamo ancora

fatica a liberarci. La decisione di pubblicarla fu presa da Il

Messaggero, bruciando sul tempo gli altri direttori di testata che

tentennavano, con l’ipocrita scusa, non del diritto di cronaca, come si

direbbe adesso in una circostanza analoga, ma dell’atto politico.

C’è un’altra foto che spesso dimentichiamo e che ha avuto un

enorme impatto: la faccia spiritata di Izzo, in realtà dovuta al suo

ipertiroidismo, che meglio di ogni altra interpreta lo psicopatico

assassino sul genere Shining, e che servì ai mass media per far passare

una sorta di visione lombrosianamente rassicurante. Il messaggio era

chiaro: lo psicopatico, seviziatore e sadico è un mostro estraneo alla

società, riconoscibile nei suoi tratti fisiognomici. La società è buona e

santa, il malato è estraneo al mondo civile. Peccato che il bel volto di

Ghira e di Guido, smentissero in parte, questa teoria».

 

 

- Era possibile, secondo lei, riconoscere dei comportamenti in

Angelo Izzo che lo potessero identificare come un serial killer ed

evitare così che tornasse ad uccidere di nuovo?

 

L.S.: «Premesso che sono l’unico criminologo che ha

identificato in Izzo i tratti del serial killer, penso che fosse possibile.

Ancora una volta l’errore è stato “ideologico”. Giudici e operatori

carcerari si sono soffermati sull’aspetto ideologico della vicenda e

hanno trascurato l’essenza della personalità di Izzo. Passata

l’emergenza, hanno ritenuto che il soggetto non fosse più pericoloso

concedendogli permessi che nel caso specifico, non dovevano essere

dati. Sarebbe bastato un minimo studio e un po’ di attenzione per

evitare le due morti successive, ma si sa che in Italia i giudici, sia

ordinari che di sorveglianza, sono irresponsabili sotto ogni profilo,

dunque, perché affaticarsi troppo».

 

 

- Donatella Colasanti ha gridato più volte la sua rabbia nei

confronti delle femministe colpevoli di aver strumentalizzato il suo

dolore per lotte che non gli appartenevano, ma ha attaccato molto

duramente anche la stampa e tutti i media in generale. Qual è lo

sbaglio più grave, se ce né uno che può essere considerato tale, che

ha compiuto la cronaca dell’epoca?

 

 

L.S.: «Ho conosciuto Donatella prima che si ammalasse di

tumore, malattia che l’ha portata a morte prematura. Le chiesi se fosse

interessata a collaborare ad un libro e raccontare la vicenda dal suo

punto di vista, ma non si fidò, ritenendo di aver subito già troppe

manipolazioni. Nell’occasione però mi spiegò qualche cosa circa il

suo atteggiamento. Spero di riuscire a riportare correttamente il suo

pensiero. Più che con la stampa era indignata col movimento

femminista, che, a suo dire, l’aveva utilizzata, trasformandola in una

sorta di eroina. Per le movimentiste più accese avrebbe dovuto

diventare una vedova bianca ostile al mondo maschile, doveva sentirsi

parte di un universo minacciato e sfruttato e ovviamente doveva essere

di sinistra. Avrebbe dovuto girare per convegni e manifestazioni come

“una scimmietta ammaestrata” (testuale), dicendo solo cose utili alla

causa. Ma la Colasanti non era di sinistra (tentò perfino una

candidatura con l’Msi) e non era nemmeno femminista. Voleva solo

sposarsi, avere una famiglia e dimenticare quel brutto episodio. Tra

l’altro tradì la presunta solidarietà tra vittime e donne, ritenendo che

l’ingenuità e la voglia di emergere socialmente di Rosaria Lopez,

avessero avuto una responsabilità nell’accaduto. Ovviamente con

queste posizioni non era più utile alla marcia femminista e fu accusata

di essere affetta da sindrome di Stoccolma, ovvero di solidarietà con i

carnefici o più genericamente di essere pazza».

 

 

- Perché in Italia, si assiste ad un interesse sempre maggiore

verso i fatti di cronaca nera rispetto agli altri paesi Europei?

 

 

L.S.: «Perché siamo il paese culturalmente più sottosviluppato

d’Europa. E’ triste, ma è così. E perché stiamo diventando un popolo

di giustizialisti che non vuole la verità, ma la vendetta. Inoltre perché

il gusto italiano per le posizioni antagoniste, rosso-nero, cattolici-laici,

Roma-Lazio, trasformano le vicende di cronaca in terreno di tifo

aprioristico per ogni tesi. Innocentisti e colpevolisti possono dibattere

senza cognizione di causa, giocando a fare i Ris. A causa della mia

professione sono tormentato ogni giorno da gruppi Facebook, da

forum e da mail che mi chiedono di schierarmi da una parte o

dall’altra. Mai nessuno che voglia sapere se le prove sono sufficienti o

valide, mai nessuno che accetti l’ipotesi che un delitto resti impunito,

piuttosto che un innocente sia condannato».

 

 

- E questa curiosità quasi morbosa che spinge l’Italiano medio

ha restare attaccato alla tv di fronte a trasmissioni che

spettacolarizzano il delitto e lo utilizzano per fini economici e di

audience, provoca una sorta di indifferenza verso atti e fatti

violenti da parte di chi guarda? Ci si può abituare anche alla

violenza al punto di non rimanere più indignati ma anzi, andare a

cercarla per godere di cinque minuti di celebrità davanti ad una

telecamera?

 

 

L.S.: «E’ un errore parlare sempre d’italiano medio, non ha

idea di quanti “insospettabili” seguano la cronaca nera. In realtà il

fenomeno è trasversale e posso dire, dal mio osservatorio, che l’unica

differenza la fa il genere, nel senso che sono molto più le donne degli

uomini ad appassionarsi a Linea Gialla o a Quarto grado.

Ci sono varie categorie di pubblico. Ci sono gli indignati

ad oltranza che vogliono vedere confermate le loro opinioni

pessimistiche sullo Stato e dunque sull’operato di Polizia, Carabinieri,

Criminologi ecc, ci sono i complottisti e i dietrologi (dopo il libro su

Melania Rea sono stato bersagliato dalle più incredibili teorie su

Parolisi e sulla caserma di Ascoli Piceno), ci sono i giustizialisti del

“chiudetelo in prigione e gettate la chiave” che come i vecchietti dei

western hanno già la corda in mano e aspettano di godere della

sentenza, ci sono i presenzialisti, quelli che fanno la gita a Cogne o ad

Avetrana perché se una cosa passa in televisione è comunque degna di

nota e fotografando il relitto della Costa o la villetta Misseri si portano

a casa un pezzetto di quella notorietà, ci sono i tuttologi che dissertano

di dna, macchie ipostatiche, tecnica balistica per giocare al piccolo

detective.

In realtà l’elemento morboso è in diminuzione, salvo

alcuni casi che ben si prestano, perché la velocità dell’informazione

brucia in fretta i particolari “eccitanti”, presa dall’ansia che il

concorrente arrivi prima. Oggi per rendere commerciale la cronaca

nera si gioca più sull’identificazione. Il prodotto Melania Rea,

Roberta Ragusa, Yara Gambirasio, Sarah Scazzi, per vendere deve

produrre empatia nel pubblico, deve rappresentare l’amica del cuore,

la moglie o la figlia con cui immedesimarsi. Se di loro non te ne

importa nulla sei già perso come acquirente del prodotto cronaca nera.

Il messaggio subliminale con cui si confeziona il prodotto è: “attento,

perché può capitare anche ai tuoi cari, ai tuoi figli, a tua moglie”».

 

 

- Se l’omicidio, il femminicidio, l’infanticidio o qualunque altro

fatto di cronaca nera necessita di un livello di spettacolarizzazione

sempre più alto, di una violenza sempre maggiore affinché attiri

l’attenzione del pubblico italiano e far si che esso si interroghi

realmente sul motivo che porta all’esercizio della violenza – e non

intendo davanti alle telecamere ma nella parte più intima di

ognuno di noi-, qual è il futuro di questo tipo di cronaca? Si può

sperare in una sua ripresa, dovuto al fatto di aver già toccato il

fondo o può ancora peggiorare? Basterà più commissionare

omicidi per arrivare prima sulla scena del crimine come è

successo in Brasile o si arriverà all’omicidio in diretta?

 

 

L.S.: «Un aspetto di cui nessuno parla mai è quello

dell’emulazione. Non so se si arriverà a quell’episodio brasiliano e

sicuramente all’estero c’è già stato un suicidio in diretta, ma sono

certo che alcuni fatti violenti, in soggetti disturbati, producano

emulazione. L’abbiamo visto nei suicidi per nonnismo nelle caserme,

nei sassi dai cavalcavia, nelle stragi familiari, nel periodo delle donne

assassine degli anni 80, negli anni dei serial killer e lo vediamo adesso

nei cosiddetti femminicidi. Selezionare solo un certo tipo di reati,

sottacendone altri, unificare sotto sigle giornalisticamente accattivanti

episodi molto diversi tra loro, più che la prevenzione, favorisce

l’emulazione. Il delitto avviene sempre in un blackout morale, in uno

stato di scollamento dalla realtà e di annullamento dell’empatia

naturale che, in quanto animali sociali, proviamo per il prossimo.

Stampa e tv non fanno altro che dire al potenziale assassino: “Non sei

solo, anche altri provano il tuo desiderio, non li senti tutti questi

episodi?” . E allora, in soggetti predisposti e in situazioni limite, scatta

la molla. Gli assassini, i violenti, gli stupratori bisogna conoscerli di

persona, come capita spesso a me, prima di parlare astrattamente di

delitto. Non mi sembra però che il tema dell’emulazione, sia all’ordine

del giorno o ci si facciano sopra talk show per riflettere meglio sui

fatti».

 

 

- Infine, cosa pensa della scelta della casa editrice Beccogiallo di

trasformare i maggiori crimini e misteri italiani, tra cui il

massacro del Circeo ma anche il mostro di Firenze o la banda

della Magliana, in fumetto?

 

 

L.S.: «Lo faceva già Dino Buzzati per il Corriere

d’Informazione negli anni 60 e non mi scandalizza. L’arte e la cultura

pop trovano nel delitto ottimi spunti che spesso sanno di

provocazione. Mi vengono in mente i club di sostegno a Pacciani, il

mostro di Firenze nati nei primi anni 90, che producevano gadget e

magliette inneggianti al mostro di Firenze. Sono operazioni di nicchia

che non raggiungono il grande pubblico e non vedo così

negativamente perché forse ottengono il risultato di esorcizzare il

delitto e la violenza. Sinceramente trovo molto più preoccupante la

criminologia da salotto televisivo che banalizza l’argomento e lo

trasforma in una sorta di gioco di società».